martedì 17 gennaio 2017

Al Bruno Munari

In alcuni bar, all'Isola, ci sono ancora le lucine di Natale e le scritte di auguri. Spero che rimangano su tutto l'anno. Anche in via Toce, che fino ad oggi non sapevo esistesse, ho scoperto qualche traccia del Natale, rimasta appesa come su un albero dimenticato. Cose che scopri quando smetti di pensare solo agli affari tuoi e ricominci a guardare il mondo intorno a te, che pulsa, vocia, si sposta con moti non sempre prevedibili.
C'è il Parco Bruno Munari, in via Toce. Bambini che giocano sui castellini, le altalene e tutto il resto. Se una volta viene Christian, posso portarlo qui, penso. Qualche baby sitter, un vecchio, un padre al telefono, gambette che corrono coperte da cilindrotti di piumini blu. Un sacchetto contenente qualcosa, lasciato incustodito su una panchina.
Sul cancello che delimita il parchetto, fogli colorati dentro a camicie di plastica, a ripararli in caso di pioggia. Mi avvicino, sono biglietti di Natale scritti dai bambini di qualche scuola nei dintorni. Appesi a mo' di festoni, un po' a casaccio e incurvati dall'umidità. Ne leggo qualcuno - i soliti pensierini sulla neve e sui doni. Poi il mio sguardo si ferma su questo.



Gesù aiutaci ad essere più buoni e più tolleranti e a tenere la nostra famiglia unita.

La mia famiglia, quella che io considero tale, è molto unita. Ma non tutta la mia famiglia è unita, ce ne sono pezzetti che si sono persi per strada, che i conflitti hanno separato. C'è una cugina che ogni tanto sogno, eravamo molto amiche, ma non ci parliamo più. Lei non parla più con nessuno di noi, in realtà. Ha preso la sua strada, noi le nostre. A volte mi chiedo se dovrei chiamarla, per lo meno mi chiedo perché la sogni. Ne ho parlato coi miei qualche sera fa a cena, per sapere cosa ne pensassero. Loro che solitamente sono sempre per la riconciliazione e il perdono, mi hanno dato una risposta che non mi aspettavo. Lascia stare. Non è necessario che tu lo faccia. Anche noi lasciamo stare, con alcune persone, quando se ne sono dette e fatte troppo grosse. Probabilmente hanno ragione, ma mi rattrista molto quando le famiglie si spezzano. Guardo questo biglietto e penso che un bambino, non troppo lontano da casa mia, ha già paura che qualcosa nella sua famiglia si rompa. O magari è già successo.

Passo al biglietto successivo.




Buon Natale soprattutto ai bimbi che sono tristi senza regali e che vengono dal mare o sono in paesi dove c'è la guerra. Gesù bambino porti la pace e la felicità per tutti.

Questo mi sembra subito un biglietto un po' imbeccato, per così dire. Però vale ugualmente. Michele Sigrisinetti ha già capito come gira il mondo, che è pieno di persone che vengono da tanti mari e conflitti. Anche in questo biglietto, come nel precedente, c'è un augurio di tolleranza. Spero che i loro genitori gliela insegnino davvero.

L'ultimo biglietto che leggo è quello che più mi fa venire la neve nel cuore. L'ha scritto Gianlu.


A Natale sono tutti contenti perché arriva Babbo Natale e papà dalla Svizzera.

sabato 10 settembre 2016

Il mondo tra le mani

L'arrivo di un bambino quasi non si può raccontare, per non rischiare di banalizzarlo. Ogni giorno vengono al mondo tante di quelle vite che l'esperienza della nascita è un fatto davvero universale, qualcosa di cui stupisce stupirsi. Per me il mondo dei bambini è sempre stato lontano. Mai fatto la baby-sitter - troppa responsabilità, e poi chi li sa tenere, cosa gli faccio fare - e mai avuto l'istinto materno.
Poi è accaduto qualcosa nella mia vita, qualche settimana fa: sono diventata zia di un bimbo di quattordici mesi. Erano in lista per l'adozione da quattro anni e all'improvviso, quando nessuno se lo aspettava, è comparso lui. Ero al lago, con i miei. Quel giorno si sarebbe saputa la sua identità, e aspettavamo con ansia la telefonata di mio fratello. Nessuno osava fare il bagno in piscina. Nessuno parlava troppo, immerso nei propri pensieri. Nessuno osava fare niente che potesse essere interrotto. C'era qualcosa di impalpabile nell'aria, come se lui stesse veramente venendo al mondo in quel momento. Mai provato gioia più grande, e chiamarla gioia è così riduttivo. Christian. Nato sotto una stella particolare, una coincidenza di date che sembra un caso ma forse non lo è.
Nei giorni successivi sono arrivate le prime foto, e ognuna era una festa. Man mano che il tempo passava, lui si avvicinava naturalmente ai genitori, si lasciava andare senza fatica, si fidava completamente. Durante quella settimana di avvicinamento lo sguardo cambiava, i sorrisi, i gesti acquisivano una familiarità così immediata. L'amore veniva dal nulla, incondizionatamente. Come se. Anche più che se - per quanto mi riguarda. Prima che la questione "adozione" diventasse qualcosa che, indirettamente, mi riguardava, non sapevo se avrebbe mai fatto per me. Se sarebbe stata la stessa cosa. Io non ho provato l'esperienza di un figlio biologico, ma credo che, per come la sto vivendo io, di differenze non ce ne siano. Anzi, credo di preferire addirittura l'adozione. Pensare a quanto la sua vita sia cambiata, a come le sue prospettive si siano di colpo rivoluzionate per il meglio. Lui che non ha colpe, che non ha ancora fatto niente, che semplicemente è. Pensare a quanto la nostra vita sia cambiata, grazie a lui. Che quando gli porti un regalo si perde prima a guardare la scatola e a rigirare il coperchio, e solo dopo guarda anche il contenuto. Perché per lui è tutto nuovo. E non intendo la casa, le persone, le abitudini: intendo proprio tutto. C'è un'infinità di cose che non ha mai visto, toccato, sentito. E c'è un'infinità di cose che guarda, tocca e ascolta. Non smette mai, è come una spugna. Tutte queste sono cose ovvie, eppure ognuna di esse ha qualcosa di straordinario.
Lo osservo, mi fa ridere da matti, lo amo già tantissimo. Ma forse il primo, vero, momento tra di noi è stato un attimo casuale, arrivato all'improvviso, quando ero in casa con lui ieri e gli stavo dietro intanto che la mamma faceva una torta di mele. Si è fermato e mi ha fissato da vicino con quei piccoli occhi nocciola, per una manciata di secondi. Senza dire nulla, senza ridere, senza fare niente. In quel silenzio carico in cui ci siamo guardati, mi è caduto il mondo tra le mani.
I bambini succedono ogni giorno, ma un bambino accade pochissime volte nella vita.

sabato 19 marzo 2016

Preoccupazioni pubbliche

Ci sono due vantaggi nell'avere un compagno che fa il fotogiornalista. Il primo è ricevere in regalo per il proprio compleanno splendide stampe. Il secondo - e più importante - è il poter imparare tantissime cose sulle culture e sulla storia del mondo.
Ci siamo conosciuti all'Accademia di fotografia, al corso di comunicazione visiva. La cosa è emblematica, perché ancora oggi il mondo della comunicazione visiva è quello che ci riguarda entrambi più da vicino. Diceva Avedon: Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi. In un certo senso, anche per noi è lo stesso. E quando non si tratta di scattare - che, è bene precisarlo, è solo una piccola parte del mestiere del fotografo, in tutte le sue declinazioni - si tratta di leggere, informarsi, guardare, scrivere, porsi domande, confrontarsi.
Da tempo aiuto il mio compagno nel suo lavoro, nonostante le tante difficoltà che spesso fiaccano la determinazione a continuare un percorso spesso sordo alle tante storie da raccontare. Che non sono episodi isolati, piccoli temi per riempire le pagine dei magazine. Sono tutte legate, e tutte fanno parte della Storia con la S maiuscola. Quella che abbiamo studiato sui libri e che un giorno farà parte dei libri delle prossime generazioni. Io capisco che non sia possibile conoscere tutto quello che succede nel mondo - non basterebbe una vita di giornate da 48 ore -, quindi credo che scegliere cosa divulgare sia una responsabilità enorme. Il mondo dell'informazione ci offre quotidianamente un menu di notizie e ogni testata è diversa, in ogni paese o area del mondo. Purtroppo l'informazione di qualità in Italia è un'utopia, quindi chi come me vuole informarsi su quello che avviene nel mondo si deve leggere la stampa straniera. A pensarci bene, spesso anche per sapere cosa succeda realmente in Italia bisogna leggere la stampa estera - ma non divaghiamo. La cosa importante da capire ora è che non esistono storie di serie A o di serie B. Almeno, non dovrebbero. E invece esistono eccome. La cosa diventa ancora più evidente quando succedono fatti clamorosi come gli attacchi terroristici, e quelle occasioni sono una cartina al tornasole molto efficace dello stato dell'informazione delle persone. Siccome sui social nessuno resiste alla tentazione di esprimere la propria opinione su qualsiasi cosa, ecco che trovano posto prese di posizione inimmaginabili per chiunque impieghi un po' del proprio tempo per guardare al di fuori del proprio lenzuolino di terra. Ancora ricordo quando all'improvviso tutti su Twitter sono diventati Charlie Hebdo, o si sono prodotti in lutti mediatici per i cugini d'oltralpe facendo propria la bandiera francese nelle foto profilo di Facebook. Niente di sbagliato nella solidarietà, anzi. Peccato che lo stesso sentimento non abbia animato questi tutti rispetto a molti altri fatti gravissimi accaduti proprio in quei giorni in altri Paesi del mondo. In propria difesa, molti hanno affermato che la solidarietà fosse legata alla prossimità geografica e culturale con i francesi. Questo fatto, lo devo dire, mi ha fatto veramente cadere le braccia. Io avevo allora - e ho oggi - gli stessi strumenti per conoscere i fatti del mondo che avrebbero potuto avere quelle persone così ottusamente chiuse nella propria ignoranza; la differenza tra me e loro è la voglia di sbattersi per andare oltre a quello che ti viene raccontato (o nascosto, secondo le occasioni) ogni giorno. Per questo credo che le redazioni abbiano una responsabilità enorme, perché scelgono cosa il pubblico possa conoscere o meno.
Ogni giornale o magazine ha la propria linea editoriale, il proprio pubblico, il proprio taglio, ed è sacrosanto. È ciò che determina la varietà e, in teoria, la qualità dell'informazione. Tuttavia, ciò che viene pubblicato è quello che il pubblico vede ma non è detto che sia quello che il pubblico vuole vedere. Non mi sorprende la pletora becera di persone che cliccano sulla colonna di destra del sito di Repubblica.it, perché il popolo italiano è stato educato da un palinsesto televisivo che da oltre trent'anni ha contribuito alla rovina culturale di questo paese. Come si può aspettarsi un senso critico da gente cresciuta a pane e Berlusconi? Se avessi potuto scegliere, io avrei domandato ben altro alla televisione dagli anni '80 ad oggi, cioè da quando sono nata. Non mi si venga a dire che quello che c'è oggi è lo specchio della domanda, perché sono certa che una grande fetta di italiani vorrebbero ben altro dal mondo dei media. Quindi di nuovo, enorme responsabilità in capo a chi decide cosa proporre.
Negli ultimi mesi, nell'aiutare il mio compagno a presentare i suoi lavori fotogiornalistici alle varie testate, con alcuni di questi soggetti mi sono interfacciata direttamente. Innanzitutto, chi risponde - anche solo per dirti no, grazie - sono solo gli stranieri. In Italia c'è una maleducazione e una mancanza di rispetto per il lavoro delle persone (in tutti i campi e a tutti i livelli) che è veramente vergognoso. Secondariamente, chi dall'estero declina l'interesse per una storia proposta lo fa motivando la propria scelta. Quello che mi ha fatto riflettere di recente è stata la risposta di un photoeditor di un noto magazine francese, ed è quello di cui volevo scrivere appunto in questo post dopo questo lungo cappello.
L'essenza, letterale, della risposta era la seguente: Your subject is too far from the concerns of our readers. La vostra tematica è troppo lontana dalle preoccupazioni dei nostri lettori. Per inciso, si tratta della guerra civile in Burundi che nell'ultimo anno ha provocato la morte di oltre quattrocento persone e la fuga di migliaia di persone dalle proprie case per aver salva la vita. Chi se ne frega, no? Mica ci sono interessi economici lì, quindi lasciamoli nel loro brodo e non ne parliamo neanche.
A farmi rimanere perplessa non era stato il rifiuto. Di quelli ne arrivano tanti e, anche se ovviamente ci si spera sempre, a quello si può anche essere preparati. Ciò che mi ha colpito è quella parte della frase, too far from the concerns. Di quale lontananza stiamo parlando? Di quella geografica che riesce a coinvolgere le persone solo se capita una tragedia a qualche centinaio di chilometri dalla propria casa? Di quella economica che distingue tra quello che può avere conseguenze dirette sui bilanci di uno stato e quello che no? Di quella che separa il mondo avanzato dal Terzo mondo? Di quella socio-culturale che mette da una parte ciò che è degno di rispetto e dall'altra ciò che è solo folkloristico? Di quella religiosa? Di quella storica e politica? Veramente, di quale lontananza parliamo? E perché alimentarla allora? I lettori non sono preoccupati da altre cose, non dovrebbero esserlo. I lettori - almeno, una gran parte di essi - si preoccupano delle cose che ricevono. È chiaro che non possono preoccuparsi di quelle che non potranno mai conoscere. E non è vero neanche che se le leggessero, non ne sarebbero interessate. Tutte le persone alle quali ho parlato delle storie non pubblicate che conosco ne avrebbero voluto sapere di più. Ne sono rimaste impressionate, e quel che è peggio è che non immaginavano che potessero esistere situazioni del genere.
Il mestiere del giornalista è quello di trovare storie da portare al pubblico. Il suo dovere è di essere testimone della storia che avviene sotto i suoi occhi, giorno per giorno. Non la storia dei politici e politicanti, non quella che vogliono darci a bere dai grandi pulpiti, ma quella che vivono i singoli che non hanno microfoni davanti alla bocca. Il dovere di un editore dovrebbe essere quello di dar loro la voce e, attraverso questa, coltivare la coscienza e il senso critico delle persone su quello che le riguarda, da vicino e da lontano. Non di decidere cosa li possa preoccupare o meno. Quello lo lascino poi decidere a lettori dagli orizzonti più aperti.

venerdì 30 ottobre 2015

Back to black?

Un tempo la seconda serata in tv faceva da contraltare a un prime time imbarazzante. C'erano I bellissimi di Rete 4, ricordo. E un sacco di film stupendi che iniziavano alle due di notte e dovevi programmare il videoregistratore per vederli. Io devo alla prima serata dagli anni '90 in poi gran parte delle mie lacune cinematografiche, che poi sono una delle poche cose che proprio mi imbarazza ammettere quando mi trovo a parlarne con chi è cresciuto a pane e film. Quindi cerco di rimediare, ma non è una faccenda semplicissima perché molte cose neanche si trovano facilmente.
Stasera ero qui a sbrigare qualche faccenda pseudo-lavorativa con la tv accesa, appena finito un film su Iris - una delle poche reti che proponga cose guardabili. Giro il canale e finisco sui titoli iniziali di un film della Comencini, nello specifico "Mi piace lavorare (mobbing)". Fin dalle prime scene un senso di disagio mi percorre la schiena. Avete presente i barboni che ogni tanto salgono sui mezzi e ancora prima di averli visti ti accorgi della loro presenza per via della puzza? Ecco, le produzioni italiane hanno quella roba lì: nella maggioranza dei casi ti urtano immediatamente, come se fossero tutte pervase da qualcosa che le rende uguali una all'altra negli aspetti peggiori. Prima fra tutte la recitazione. Non voglio accanirmi sulla protagonista del suddetto film perché sarebbe come sparare sulla Croce rossa, ma l'esempio è sotto il naso e non posso non coglierlo. Nicoletta Braschi parla come se avesse qualcosa in bocca, ma non di forma smussata e gestibile: somiglia più a un oggetto spigoloso, che lei non sa bene dove mettere. E la Braschi dovrebbe essere la "star" del film, perché gli altri sono attori sconosciuti. I dialoghi sono imbarazzanti, tutti cercano di fare i naturali-grezzi ma fanno delle pause che nessuno fa mai quando parla normalmente. È tutto costruito, forzato, niente scivola. Quando penso a Ferruccio Amendola che doppia De Niro sembra il motore di una Ferrari, ed è qui che inizio a deprimermi. Perché mi chiedo dove sia finito il buon cinema italiano, e intendo sia quello di prima categoria, il più conosciuto, quello dei grandi registi noti a tutti, sia quello considerato di serie B. Mi chiedo quando tutto abbia iniziato ad andare a catafascio. Gli anni '70 e '80 sono stati decenni di forte identità culturale, e hanno prodotto cose senza dubbio interessanti in ogni campo. Non a caso, sono fonte d'ispirazione per qualsiasi revival e oggetto di innumerevoli citazioni di qualità. Il declino è iniziato negli anni '90, e io me li ricordo perché sono stati proprio quelli i "miei" anni, quelli in cui cominciava l'adolescenza e il conseguente risveglio dal torpore critico dell'infanzia. E mi chiedevo, giuro, lo facevo: ok, i settanta e gli ottanta sono stati decenni chiarissimi, importantissimi, così definiti, ma i novanta... cosa sono? Senza scherzi, cosa li avrebbe resi indimenticabili? Io li stavo vivendo e non riuscivo a dire cosa, veramente, rappresentassero. Internet nelle case ancora non c'era, e le finestre sul mondo erano rappresentate soprattutto dalla tv. Tutti sappiamo cosa si stesse sviluppando proprio in quegli anni nella televisione italiana, e ad opera di chi, ma non sono qui a far polemica politica. Il mio discorso vuole essere più ampio. Seppur priva degli strumenti critici che mi permettessero di comprendere quello che stava accadendo intorno a me, capivo che qualcosa si stava perdendo per strada. I novanta per me sono stati anni subdoli, perché covavano una trasformazione culturale che si sarebbe poi realizzata pienamente solo nel nuovo millennio, ma lo facevano zitti zitti, a piccoli passi, senza le forme eclatanti e le tinte forti dei decenni che li avevano preceduti. E mentre tu eri preso a distrarti con le modernità su larga scala che lentamente miglioravano gli aspetti pratici della vita quotidiana, le automobili cominciavano a smussare i propri angoli. Che belle erano invece le auto di un tempo. Avete presente quando capita di vedere vecchie fotografie e ci sono dentro delle macchine? Ci stavano da Dio. Erano belle, un design fantastico. Una popolazione urbana esse stesse, con un carattere forte. Se guardate una foto scattata oggi e c'è dentro una macchina, la foto è rovinata. Fa proprio schifo! A me 'sta cosa della modernità che ha piallato tutto a partire dagli anni '90 amareggia sul serio. Io sto scrivendo questo pezzo ascoltando Stelvio Cipriani e Franco Micalizzi, e li ho scoperti guardando proprio i B-movie da cui i cosiddetti registi italiani dovrebbero imparare il proprio mestiere. È musica che ti porta in un altro mondo, e quando spegni è come se ti risvegliassi da un sogno e tornassi, deluso, alla realtà. Io avrei voluto appartenere alla generazione dei miei genitori, sicuramente mi avrebbe calzato meglio. 
Ho abitato a Roma per otto anni con la voglia di tornare a Milano, e quando ho finalmente traslocato mi sono accorta che la mia città non era più quella che avevo vissuto prima di Roma. Saltando otto anni della sua storia ho reagito come quei parenti che non ti vedono per tanto tempo e ti dicono guarda come sei cresciuto, eri piscinin inscì! e quasi non ti riconoscono. Quando ci sono tornata a vivere, Milano era in piena beauty farm, tutta intenta a ripettinarsi. I vecchi riferimenti non c'erano più, i quartieri avevano preso nuove forme, e la cosa peggiore è che la città tutta - e le persone, anche - stava diventando come le macchine con gli angoli arrotondati che per me avevano segnato la rivoluzione estetica degli anni '90. Tutta altamente performante, la metropoli aspirazionale e ottimizzata, con tutte le cose al posto giusto, verso un'efficienza che però rimane velleitaria. Perché così com'è a me sembra tanto un trucco ricalcato su un make-up vecchio e sporco, che per pigrizia non si è prima ripulito. Immensa vetrina di una qualche idea che chissà da dove e perché abbiamo mutuato. Milano è infotografabile, se non ti cerchi i posti e i modi giusti - il che è già uno snaturare le cose. D'altro canto puoi fotografarne benissimo il disagio, ma ormai lo fanno tutti e tra l'altro, paradossalmente, è diventata anche questa una cosa un po' hipster.
Non posso dire di conoscerla a fondo perché come per i famosi barboni che puzzano uno cerca di non stargli troppo vicino, però Milano un po' l'ho girata. E ovunque vedi questi locali pretenziosetti, tutti fighettini e un po' hipster, wannabe design, una sorta di evoluzione mal riuscita del tu vuo' fa l'americano ma con la presunzione dell'eccellenza italiana - che poi cosa sarà mai tutta questa eccellenza? Questi posti, queste vie con tanta forma e nessuna anima. Dove sono finiti i contenuti in una realtà concentrata sui contenitori? Io sono una alla quale piace la sostanza. Sarà per questo che la mia testa non sta mai ferma, che rompo le palle criticando le cose, che ho una cabina armadio piena di vestiti che non uso più da quando non faccio più l'impiegata e mi metto sempre gli stessi due-tre jeans anche quando ho ormai cambiato taglia e mi scendono. Io con tutta 'sta città aerodinamica, i grattacieli vuoti, la settimana della moda con le blogger e le influencer che si fanno fotografare, 'sto cinema alla Paolo Sorrentino, la classe politica da puttanelle e risse da bar, questo grande videogame dove vince chi frega di più, tutta questa gente intorno a me che ci crede tanto ma che non si accorge di non credere più a niente, veramente... non c'entro niente. Non lo so dove debba andare, cosa debba fare, in quale nicchia infilarmi per non vedere tutte quelle macchine senza poesia nelle mie foto, per sfuggire ai nuovi linguaggi che servono solo a supplire a una mancanza di contenuti. Cosa mi fai vedere gli stuzzicadenti e le ciabatte dei migranti fotografati tutti dritti in pianta con le luci perfette, cosa mi stai raccontando del loro dramma, della loro storia? Su Time ancora gira una serie di foto, sempre sui migranti, che mostra le persone attraverso le zone di calore dei loro corpi nell'ambiente... Per non parlare di tutte quelle robe pittoriche iper-photoshoppate e orrende che sbancano i concorsi fotografici. Ma di cosa stiamo parlando? Dove stiamo andando? E poi siamo mangiati vivi dall'ansia del nuovo-ad-ogni-costo, con tutti che devono per forza emergere per dimostrare di non essere dei falliti. 

Io oggi mi sento peggio di quando mi accorgevo che gli anni '90 ci stavano fregando tutti quanti. Perché almeno allora una speranza poteva ancora esserci, il punto di non ritorno non era ancora stato tracciato. Qualcuno stava affilando la mina nera, ma intanto dipingeva il resto con i colori dell'arcobaleno per distrarre il grande pubblico. Recentemente ho letto un articolo su un esperimento per mostrare gli effetti dell'LSD su una disegnatrice man mano che l'acido avanzava: di ora in ora, il suo autoritratto diventava sempre più pittoresco e assurdo, fino a far sparire persino gli occhi - perché, diceva l'autrice spiegando in seguito il senso di quella scelta, le sembrava che non servissero. A me sembra tanto che siamo sempre più sotto l'effetto di qualcosa di inebriante che man mano ci toglie gli occhi. E se è vero che bisogna sapersi evolvere, è altrettanto sacrosanto - almeno ogni tanto - tornare un po' alle origini. Come diceva quella tossica della Winehouse, back to black

lunedì 28 settembre 2015

Moda e modi

Io detesto la moda, ma la moda non detesta me.
L'ho studiata, ci ho lavorato, me ne sono andata sbattendo la porta. Ma lei continua a tirarmi dentro ciclicamente, come le è proprio per sua stessa natura.
Tutto iniziò negli anni '90, quando in televisione mandarono in seconda serata uno speciale sfilate su Versace e Chanel. Quello di Gianni, ancora vivo, e di Karl Lagerfeld, ancora grasso. Conduceva Milly Carlucci. Lei, sempre uguale. Compravo Vogue da qualche tempo, mi piacevano le foto, i fotografi che ora sono diventati storici, i vestiti, le modelle che erano allora le Claudia, Naomi, Linda, Christy, Tatjana, Stephanie, Yasmeen, Amber, Shalom, Nadja, Nadege. Non capivo la parte sociale, patinata, gli eventi, i vip fotografati. Quello mi faceva cagare, era come la parte marcia della banana. Registrai quella trasmissione su una videocassetta che guardai e riguardai non so quante volte. La creatività, i materiali: una bellezza concreta.
Qualche giorno fa ho lavorato all'interno della sfilata di Fendi per la settimana della moda milanese. Stavo al secondo piano del backstage e vedevo tutto dall'alto, mentre aspettavo che i fotografi mi portassero le schede con le foto da editare con il cliente. Inizia la sfilata e in lontananza, davanti al monitor che mostra la passerella, vedo una sagoma che riconosco immediatamente. Piccolo, occhiali neri, vestito e cravatta neri, capelli bianchi raccolti in una coda corta. È Karl Lagerfeld. Lo osservo mentre assiste alla sfilata da dietro le quinte, continua a scambiare commenti con qualcuno vicino a lui. Espressione seria, imperturbabile, mano guantata vicino al viso. Poi, quando finisce tutto, si avvicina a dove sono io. Fotografi e ospiti gli si accalcano intorno, lui saluta con due baci qualche personaggio. Dalla tranquillità del mio punto di vista scatto una foto con l'iPhone, e penso a quella videocassetta in cui lui sembrava tanto inarrivabile.


La moda è un carrozzone di gente che fa un mestiere elitario convinta di salvare vite umane. Al suo interno ci sono fior di professionisti bravissimi, ma quello che arriva alla fine è un'estrema refrattarietà. Per entrare a fare il mio lavoro mi sono dovuta presentare all'ingresso di tre posti diversi dove sono stata freddamente rimbalzata da damerini incravattati con l'auricolare che mi dicevano che non ero in lista. Certo che non sono in lista, sono dello staff, imbecille. Poi finalmente arriva il mio contatto che mi fa entrare, e nella foga manco si presenta. C'è agitazione febbrile, tutti sono presissimi. Io li guardo dall'alto, calmissima. E ripenso al giorno prima, quando imperversava la tempesta meteorologica. Dovevo andare alla sfilata Fay ma il forte vento aveva fatto cadere degli alberi lungo il percorso finale della metro verde, sulla quale stavo viaggiando io. Risultato: tutto bloccato. Scendi, torna a Stazione Garibaldi e vai a piedi. Lungo il binario vedo una ragazza che ferma della gente di passaggio, mentre un ragazzo da parte con dei capelli improbabili cerca di sbloccare la zip della sua borsetta. L'abitudine mi fa pensare alla solita tossica che vuole l'euro, e forse è anche così, ma in quel momento la prendo diversamente. Appena le passo accanto, come previsto, mi ferma.
Scusa, avresti un euro? Mi si è fermata la macchina e non mi funziona la carta di credito per fare la benzina, non so come fare...
Agita un mazzo di chiavi di automobile in una mano e la carta di credito nell'altra. La guardo meglio: truccata e vestita più o meno bene, non sembra una balorda. Tiro fuori un euro, commentando che anche per me è una giornata sfigata, c'è anche la metro bloccata. Lei si allarma, ma poi dissimula. Forse questo particolare la smaschera, ma non mi importa. In realtà mi sento bene per averlo fatto.
Procedo verso l'uscita su Guglielmo Pepe, ha cominciato a piovere forte. L'acqua arriva da ogni parte nonostante l'ombrello, provo a ripararmi camminando vicino ai palazzi. All'attraversamento della strada attendo che passino un paio di macchine, e mentre mi appresto a procedere vedo appena oltre l'ombrello alla mia destra una donna che si ripara malamente la testa con il soprabito. È un attimo, una distanza brevissima che il mio ombrello percorre, e prendo la donna sotto con me. Quella si volta incredula e prende a ringraziarmi come chi si trova davanti un panino e non mangia da giorni. L'accompagno per un pezzo, e non faccio in tempo a dirle delle mie sfighe di quella giornata che lei attacca:
Non me lo dica, stamattina mi si è fermata la macchina...
Queste automobili che lasciano a piedi in un giorno di pioggia iniziano a sembrarmi in combutta fra di loro. La signora riprende:
La ringrazio davvero per questo gesto, mi ha salvato!
Una tale riconoscenza, per un'azione così piccola, mi fa effetto. Ma siamo a Milano, dove non ci si guarda in faccia se non si è in lista e non ci si presenta ai colleghi. Dopo poco le strade mia e della signora si separano e devo salutarla. Mi lascia con un gran sorriso e questa frase:
La sua gentilezza le porterà nuove felicità durante la giornata!
La guardo proseguire raso-muro col soprabito che la ricopre come una tendina e penso che in fondo, anche se uno deve lavorare nella moda, può migliorarsi la giornata con dei diversi modi. E in effetti, da quel momento, tutto è andato per il verso giusto.

giovedì 10 settembre 2015

The anti-social network

Che fatica seguirsi.
E pensare che in un tempo neanche troppo lontano ognuno andava, per così dire, per la sua strada. Poi sono arrivati i social network. Facebook, Twitter, Instagram, per citare i tre che uso io e che nel tempo ho avuto modo di apprezzare, conoscere e denigrare.
Spesso chi fa una professione che ha a che fare con le pubbliche relazioni segue, azzardiamo, almeno la metà dei propri contatti solo per convenienza/interesse/zerbinaggio. Una minima parte sono amici veri e il resto si divide tra animalisti e vegani, entrambi immancabilmente relegati tra i "conoscenti" vita natural durante. Fuori da Facebook ci sono i fautori dello spudorato like-for-like o follow-for-follow, che ti seguono solo se tu restituisci la cortesia entro un minuto netto, pena l'immediata e impietosa defalcazione. Se poi quello che scrivi su Twitter piace molto, tanto da portarti da zero a oltre cinquemila seguaci in pochi mesi, ma non sei un fan della conversazione futile, vieni additato come twitstar, alias snob. Infine, c'è la pletora dei morti di figa, e devo dire che quelli che impudicamente commentano "FREGNA" sotto alle foto delle tipe sono veramente i meglio.
Per quel che mi riguarda, me ne sono sempre fregata di tutto, anche delle persone che smettono di seguirti pur essendo tuoi "amici" nella vita vera. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, anche di dirti che non gli piaci più. O che probabilmente non gli sei mai piaciuto, ma facevi numero. La maggior parte delle volte la cosa è reciproca, solo non sei stato il primo a perdere tempo a riconoscerlo.
La cosa sconcertante è quando questa impermeabilità non è più tale e lascia che i rapporti personali, quelli reali, quelli importanti, incespichino nelle trame perverse dei social network.

Il racconto che segue è tratto da una storia vera.

Interno notte, ristorante cino-giapponese in zona Isola.
C'è un nuovo cuoco dietro al bancone del sushi, ha l'espressione impenetrabile del samurai e nel silenzio delle sue labbra serrate sceglie, stratifica, avvolge, affetta, decora e serve eccellenti uramaki salmone-avocado. U3 il codice di quel piatto sul menu, e io ordino sempre quello. Stefano, il cameriere cinese che ormai ci conoscerebbe per nome se la sua discrezione orientale non gli impedisse di chiederci come ci chiamiamo, sorride annuendo mentre annota l'ennesimo U3 sul suo taccuino. Birra Asahi, e la cena scivola leggera sulle nostre parole alla fine di un lungo viaggio francese. Il bellissimo arowana, il pesce asiatico che abbiamo visto nascere nell'immancabile acquario, è ormai cresciuto a dismisura e temiamo che tra qualche mese non ci starà più, lì dentro. Speriamo di non trovarcelo nel piatto, ci siamo affezionati.
Al tavolo a fianco, una famiglia di tre - padre, madre e figlia adolescente. Mi arrivano all'orecchio frasi a proposito di gare e danza. Guardo la ragazza, non proprio filiforme. Ballerina, ecco... direi di no. Competitiva, sicuramente.
Arriva la portata di Alberto e ci sparge sopra la noce di wasabi presa dal mio piatto, che di solito fa fuori, grezza, in pochi lacrimogeni bocconi.
Quanto si sta meglio in Francia... Che sei tornato in Italia lo capisci dopo i primi chilometri sulla Genova-Ventimiglia, a vedere le squallide e claustrofobiche aree di sosta con i loghi che sanno di anni '80, e per le imprecazioni contro l'ennesimo stronzo con il SUV che ti si attacca al culo sfareggiando perchè lui sì che deve andare, e subito - anche se le due corsie sono gremite e arriverà a Milano (e dove, sennò?) più o meno cinque minuti prima di te, impiegando l'importante vantaggio in una dorata pisciata.
Eh, le vacanze vorrà dire che stavolta saltano, sento dire dal paterfamilias con un tono che non ammette repliche. Trovo la frase un po' sorprendente, a giudicare dal luculliano banchetto sul loro tavolo. La figlia ha capelli lunghi e lisci con lo shatush, la nail-art con le sbrecciature di fine estate, la pelle tesa delle sedicenni, un paio di stivaletti alla moda e l'iPhone 6 sfiorato dall'inarrestabile pollice della mano sinistra, mentre la destra taglia un fagottino strabordante di Nutella. Guardiamo un po' queste ciccione, mormora tra sé e me aprendo Instagram. In effetti la prima foto mi sembra ritrarre quella che ha tutta l'aria di una fashion blogger mancata. Autocritica a tavoletta, proprio - penso increspando le labbra per nascondere un sogghigno.
Ordiniamo dei tekka maki. Ottimi. Il bravo cuoco è quello che sa preparare una delizia solo con tonno crudo, riso e alga nori. Decido di testare il samurai su quello che normalmente conclude le mie ordinazioni al giapponese, il gunkan spicy tuna, con poca salsa piccante. K3 il codice. Il tre è da sempre il leitmotiv della mia vita, a partire dal giorno in cui sono nata. Le mie camere d'albergo contengono sempre un tre nel numero della stanza.
Tre sono anche le persone sedute al mio fianco, e iniziano a parlare del fatto che hanno dei cavalli. Ecco, già torniamo nei ranghi. Famigliola borghese benestante che si è comprata dei cavalli e fa gareggiare la figlia viziata con la mano a forma di iPhone. Con Alberto critichiamo sempre quelli che guardano il cellulare mentre sono a tavola, è una cosa che non sopportiamo. Ma mentre di solito ci fermiamo a constatare quanto siano tristi certi commensali, questa volta ammettiamo di essere incuriositi dalla situazione vicina. Madre e figlia ammiccano l'un l'altra mostrandosi foto spassosissime sui rispettivi cellulari - le classiche tipe che invece di godersi il concerto lo filmano, per capirci. Il padre, distaccato quanto basta, gusta la propria cena e il vino. Mi chiedo come faccia a sopportare quel teatrino, e se è così al ristorante chissà a casa. Provo un po' di pena per lui, ad essere sincera. Ma del resto ogni quadro familiare è il prodotto di lunghe e convinte routine più o meno liberamente condivise, quindi non deve essere poi tanto male per lui. Che infatti tira dritto versandosi un calice dopo l'altro ed entrando nelle conversazioni gracchianti della parte femminile come un esperto giocatore di scacchi alle prese con delle principianti ubriache.

Finché.

Che cosa hai scritto??

Immersa nel piacere quasi sessuale dell'ultimo gunkan, drizzo le orecchie verso la voce del padre, improvvisamente mutata nella sua vibrazione fino a quel momento serafica.

Adesso non ci muoviamo da questo posto finché non mi dici che cazzo hai scritto in quel commento.

Gelo. Qualcuno ha svegliato il can che dorme.

Alberto ed io ci scambiamo un'occhiata, sogghignando. Aspetta aspetta, stiamo ancora un po'... ammetto che mi sto incuriosendo, mi sussurra.

Ma sei pazzo? Io non ho scritto niente!
La madre prova a difendere la figlia, che peraltro le somiglia come una goccia d'acqua anche nell'inflessione milanese.
Ma sì, dai, non ha scritto niente...

No, no, questo è uno sputtanamento della Madonna. Quarant'anni della mia vita! Dio, che sputtanamento!!! Guarda, mi sta andando tutto di traverso. Veramente. 

Breve pausa, lei continua a scrollare sul cellulare, non sapendo dove altro guardare. Il padre riprende con una frase surreale.
Tu non vuoi che io commenti mai le tue cose, perché allora tu commenti le mie? 

Altra pausa. L'uomo cerca di fare ordine nelle idee e riparte da sergente.
Domani mattina come prima cosa vai subito da lei e le dici come stanno le cose, hai capito?

Sgrano gli occhi. Mi scappa da ridere ma non posso. Ok, stanno parlando di Facebook. Lui ha scritto qualcosa e lei deve aver messo un commento fuori luogo. C'entrano i cavalli. Sinceramente, non avrei mai pensato che lui stesse su Facebook.

Non posso credere che tu gliel'abbia detto. Lo avevo confidato a te! Sei una stronza!!! Non mi fiderò mai più di te, neanche in punto di morte!

Ellamadonna zio, calmati. È tremendamente serio, batte un pugno sul tavolo. Qualcuno si volta. L'imbarazzo travalica i confini del tavolo e si stende su quelli circostanti come una nube in fase di annerimento.

Ma guarda che io non ho scritto un cazzo... 
È evidente, la cavallerizza sta irrimediabilmente impantanata nel fango dopo aver preso l'ostacolo sui denti. La madre tenta di dragarla fuori, senza successo.
Le avrà scritto in privato, e la cosa è venuta fuori ma non per colpa sua... Non è successo niente...

L'escalation di rabbia del padre va a braccetto con il salire della probabile sbronza imparanoiante, che lo fa passare da una postura normale a un progressivo infeltrimento tra le spalle. Si porta le dita agli occhi, nascosti dalle lenti degli occhiali sottili. Ripete che non si va via di lì finché non leggerà quello che la figlia ha scritto - ed evidentemente cancellato non appena la merda ha colpito il ventilatore.
La situazione è ormai pesante anche per i nostri malcelati sogghigni. L'uomo ha la testa fra le mani e sta piangendo, immobile. La dignità di un uomo fatta a pezzi da un commento su Facebook. Ci alziamo dal tavolo increduli e andiamo a pagare. La scena prosegue su quella linea, ma resta ferma in quel punto.
Ci complimentiamo con Stefano per la bravura del samurai e lui ci mette la sigla sul cartoncino. Ogni venti cene ce n'è una gratis, e stiamo già a metà.
Una volta in strada, scoppiamo a ridere, raccogliendo i rispettivi indizi. Per qualche passo ci scambiamo impressioni, sconcertati della potenza distruttiva dell'anti-social network. Azzardiamo qualche ipotesi sull'immediato futuro di quella famiglia, e un centinaio di metri dopo siamo già tornati nella nostra Francia interiore. Contenti di saper proteggere il nostro privato dalle antenne di Mr Zuckerberg.

Forse.

giovedì 23 luglio 2015

Di punto in bianco

Impara l'arte e mettila da parte.
Ma prima o poi ritirala anche fuori.

È successo per caso, di punto in bianco, che mi sia messa a lavorare all'uncinetto durante un soggiorno lacustre verso maggio-giugno. Producevo borse, poncho, top, sciarpine, costumi - come non ci fosse un domani. Mi avevano soprannominata Penelope, a tessere la tela intanto che Ulisse era via. La signora delle lane di Salò ormai mi conosceva, perché ogni settimana tornavo nel suo negozietto caldo e vuoto a cercare nuovi filati.
Sono tornata in città, al lavoro di ritoccatrice ormai avviato e che per qualche settimana mi ha tenuta occupata. Poi, quasi all'improvviso, il pensiero: l'uncinetto mi piace, ma mi sono già fatta tutto quello di cui potessi avere bisogno. Avrei dovuto smettere quell'hobby per insufficienza di spazio negli armadi? Certo che no. E così, in capo a tre giorni l'idea di vendere i miei manufatti è diventata realtà.
Nel giro di un paio di settimane ho trovato fornitori, disegnato e stampato i loghi, elaborato il packaging, approfondito la ricerca dei modelli da realizzare, aperto una pagina Facebook, un blog,  un profilo Instagram e un sito web, ricevuto proposte di collaborazione da blog esteri, realizzato pezzi promozionali per blogger e clienti, ideato una collezione strepitosa per il prossimo anno, scattato le foto di indosso e gli still life.
Di punto in bianco è il mio primo progetto imprenditoriale personale, e questa etichetta mi fa anche un po' sorridere, perché è nata davvero per gioco - e voglio che continui ad essere tale. Stimola la mia creatività e mi dà la soddisfazione che solo i lavori manuali sanno dare.
Partito con i costumi da bagno in cotone per l'estate, Di punto in bianco proseguirà d'inverno con la lana.

Stay tuned!

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domenica 12 aprile 2015

Within the family

Scatto per il progetto Within da ormai quattro anni. Volti su volti, incontro su incontro, e di ognuno ricordo tutto. A un certo punto, due anni fa, pensavo di averlo concluso. Invece era solo sospeso. Non dico che sia finito ora, perché voglio proseguire, ma sono giunta senza dubbio a un punto fondamentale. In senso letterale, delle fondamenta: le mie. Pensando alle persone da ritrarre, ho capito che nonostante avessi pensato, per varie ragioni, di tenere la famiglia fuori dal progetto, in realtà proprio quello sarebbe stato un tassello immancabile. E così ho fissato due date, il 28 e 29 marzo, sabato e domenica. Papà le ha segnate sulla sua agendina, con la stilografica, come un impegno di quelli veri. Non appena l'ho proposto, i miei si sono subito dedicati alla scelta del brano musicale che avrebbe dettato i loro ritratti, ed era proprio lì che li volevo. Nella mia famiglia la musica è sempre stata una presenza importante, una passione, una cultura tramandata. Le prime idee sono state istintive, riferite a brani che ascoltano in questo periodo. Poi, sentendosi chiamati a una scelta che rappresentasse al meglio la loro essenza, hanno trovato i loro brani. E sono così loro, in effetti.

Papà è stato il primo, sabato pomeriggio. Ci siamo messi in sala, dove lui ascolta sempre la musica e dove sapevo per esperienza che a una certa ora sarebbe arrivato un fascio di luce calda contro la libreria. Dura pochi minuti, bisogna essere svelti. Il sole in discesa sull'orizzonte arriva da destra, lungo la via perpendicolare a quella dell'edificio e s'infila come in un corridoio attraverso la grande vetrata.
Come ogni buon intenditore, mio padre non si era accontentato del brano ma ha scelto anche l'esecutore preferito. Gustav Mahler, Sinfonia N. 4 diretta da Abbado. Perché ho il cd in cui dirige Fritz Reiner, ma la fa un po' troppo veloce... preferisco come la prende Abbado. E siccome il cd non ce l'aveva, si era scaricato un video da Youtube. Dunque in sala c'eravamo io, la macchina fotografica, mio padre e il video con Abbado che sbacchettava l'orchestra.
Contrariamente a quanto mi aspettassi, non c'era in mio padre alcun imbarazzo o reticenza davanti all'obiettivo. Si è subito messo a disposizione, fin dal primo momento, come se non avesse fatto altro nella vita che posare per un ritratto. Era lì con me, non con la macchina. Ho iniziato a scattare, e senza che glielo avessi domandato, mi ha detto cosa significasse quella musica per lui.
Quando l'ascolto vedo il cielo dello Zimbabwe. Mi ricordo che guardavo le palme, altissime, del giardino dei Bhana, e la musica sembrava ampliare ancora di più l'altezza del cielo contro quelle palme.
Aveva quarant'anni, ai tempi di quel ricordo. Ora ne ha sessantotto, sono almeno trent'anni che ascolta quella musica e l'ha portata a me, nel mio progetto. Una certa responsabilità, ma di quelle belle da portare.
Abbiamo scattato per un'oretta. Ha fatto tutto quello che è tipico di lui, e io ho ripreso i suoi gesti, il suo canto, il suo riso. Ma anche qualcosa che non avevo mai avuto modo di soffermarmi a guardare, a raccogliere, a riconoscere in lui. Mio padre diverso. Forse non più solo mio padre, ma l'uomo.
Una nuvola ha coperto il sole proprio nell'ora in cui l'aspettavo, e abbiamo concluso. Sono tornata nella mia vecchia stanza a guardare quanto avevo fatto, e dopo una decina di minuti, all'improvviso, sento mio padre chiamarmi dalla sala. C'è la luce, vieni! Velocemente riaccende Abbado, io riprendo la macchina fotografica in mano, lo faccio sedere contro la grande libreria su cui si staglia il fascio di luce e scatto per una decina di minuti. Non era più neanche questione della musica, né della luce in sé e per sé... era questione di momento, di presenza. Le foto brillavano, oscure e vibranti.

Mamma l'ho ritratta il giorno seguente, di mattina, nel suo atelier. La stanza che era di mio fratello è diventata il posto dove lei dipinge. Pennelli, tele e colori a non finire. Dmitri Shostakovic, Concerto per pianoforte N. 2. Al contrario di mio padre, lei ascoltava quel brano da poco tempo. Anche questa musica è così tanto rappresentativa di lei da bastare come ritratto anche da sola. È fatta di tanti elementi diversi, passaggi in maggiore e in minore, una costruzione musicale grandiosa, da ascoltare e riascoltare sperando di non impararla mai a memoria. Un cerchio che si chiude perfettamente, ha detto giustamente lei.
I suoi occhi sfuggivano, rapiti la musica. Catturarli non era facile, lei era lì con tutta se stessa ma fluttuava. Mio padre aveva sempre lo sguardo inchiodato in camera, così com'è lui, ben piantato e terreno. Allo stesso e opposto modo mia madre svolazzava, inseguendo la creatività della musica e la propria. E poi lei è cantante, la musica ce l'ha proprio dentro e la fa uscire sempre, anche quando gira per casa. Cantava anche durante il ritratto, come fosse lei stessa un pianoforte o un violino.
Per la prima volta nella mia vita mi sono commossa fotografando. Ci siamo commosse entrambe. Molte immagini, specie quelle leggermente mosse dove i dettagli si perdono, evidenziano le nostre somiglianze fisiche ed espressive. Ricorderò sempre il suo sorriso finale, e non perché stia in una fotografia.

L'editing di quei due set non l'ho ancora fatto, anche se da quanto ho visto mi sembrano le foto migliori di tutto il progetto. Certe cose vanno lasciate un po' lì a decantare.
L'altro giorno ero in treno, c'era uno splendido sole e ho pensato bene di riascoltare quelle due musiche. Mi sono ritrovata con gli occhi bagnati. Certe cose diventano intoccabili, e ormai metto in conto di avere quella reazione ogni volta che le riascolterò. Proprio in quel vagone ho capito perché quei due set fossero così importanti e cosa significassero per me. Quando ho proposto ai miei di fare le foto per il progetto, ho riposto una grande aspettativa nelle loro scelte musicali, e non solo perché ritenevo che potessero essere qualitativamente eccellenti, data la loro cultura. Io in realtà volevo che loro mi lasciassero un segno preciso di quello che erano e che erano sempre stati. Quando ascolto quelle due musiche io vedo precisamente la nostra famiglia, il nostro passato e il nostro essere, il mondo in cui sono cresciuta, quello che loro mi hanno trasmesso. E per me avere fatto delle fotografie che rappresentano tutto questo - il momento attuale e quello del tempo che scorre da sempre nelle nostre vite insieme - è qualcosa di importantissimo, bello e terribile al tempo stesso. Solo adesso ho inteso come la fotografia possa essere morte e vita, qualcosa che congelando uccide e nel contempo rende eterno il suo oggetto. Sentire tutto questo è ben diverso dal capirlo solamente.
Mi è diventato chiaro che facendo questo progetto io ricerco tante piccole parti di me stessa, se ci sono, nelle musiche degli altri - e quindi, in loro. Che poi è quello che fa un fotografo: cercare e possibilmente trovare una zona d'intersezione tra se stesso e l'altro, e rappresentarlo al meglio. La musica è la chiave, ma gli spazi che apre sono tutti da esplorare.

martedì 20 gennaio 2015

Di moderni abusi

Per molti versi, si stava meglio quando i social non esistevano. Se non altro perché le occasioni di imbattersi in due parole decisamente abusate nell'ultimo decennio erano nettamente inferiori e strettamente legate alle frequentazioni dirette, che, si sa, sono senz'altro più selezionate di quelle offerte dal diramarsi dei collegamenti virtuali. Le due parole sono disagio e genio.

La prima, gramigna del gergo giovanile che si attorciglia al parlato come un ricciolo attorno al dito. Vezzo annoiato, il più delle volte impertinente (nel senso di non-pertinente), una sorta di posa. Una volta ero in fila all'uscita d'imbarco in aeroporto. Credo si trattasse di una destinazione vacanziera, perché sulla tratta serale Roma-Milano non c'erano mai ragazzine con le unghie dipinte di azzurro che tra un risolino e l'altro ripetessero "che disagio!" a qualunque sollecitazione il loro orecchio percepisse. E io ricordo di aver pensato qualcosa del tipo ma cosa ne sai tu del disagio, ragazzina viziata, stupida oca egocentrica. Non sono mai morbida quando incontro, se non la stupidità, almeno le sue gratuite manifestazioni.
Disagio. Sentimento del sentirsi fuori posto, fuori corrente, fuori ascolto. In realtà è una parola che mi piace, di quelle che racchiudono interi mondi in poche lettere. Non ce ne sono tante di parole così, sono come termini eletti, perché esprimono non solo concetti ma anche stati d'animo. Beh, molti sono stati gli artisti e gli scrittori del disagio, e sembra che nelle loro opere si sia identificato un numero via via maggiore di persone. La mia percezione è che però non si tratti solo di una questione empatica, di identificazione e similitudine. Mi pare che spesso il tutto diventi atteggiamento autoconsolatorio, un crogiolarsi e glorificare la condizione di chi sta più in basso, a lato, comunque da un'altra parte della via. E allora il disagio è diventato pop. Una celebrazione invece che qualcosa di ombroso e relegato alle caverne interiori di ognuno. Fenomeno a tratti irritante, ma senz'altro interessante.
La seconda parola: genio. Mi sono spesso interrogata sul suo senso, quando qualcuno me la metteva sotto il naso associandola ad espressioni tutt'altro che geniali. Era come se qualcuno venisse da me con una macchinina e mi dicesse guarda che belle linee, che colore fiammante... poi quando la guidi è davvero il massimo. Di che cosa stiamo parlando? Non ti sei accorto che è solo un giocattolo? È come se queste persone girassero con degli occhiali deformanti nel cervello. Questo fatto di abusare delle parole è la manifestazione di un'allucinazione collettiva.
E a proposito di genio, credo di essere giunta alla mia personale conclusione. Il genio è colui che supera i propri pensieri attraverso le azioni. Quante volte si sentono riflessioni profonde, si leggono punti di vista rivoluzionari, si partecipa a momenti vibranti di promesse... e poi ci si scontra con realtà mille volte più bieche, basse, che vanno completamente da un'altra parte. Coloro che indossano gli occhiali allucinogeni confondono la sublimazione dell'azione con l'elevazione del pensiero. Per questo i geni sono davvero pochi. Perché tutti sono troppo bravi a raccontarsela, senza far seguire azioni o prodotti degni del pensiero che li avrebbe potuti generare. Invece troppo spesso vale come geniale il colpo, la boutade, l'intuizione. Quella non è che una scintilla, a cui dovrebbe seguire un incendio e non lo scoppio di un petardo da cortile.
Recentemente, ad Amsterdam, ho visto una bellissima mostra di Araki, il fotografo giapponese noto soprattutto per le sue immagini erotiche. Per la prima volta davanti a una serie di fotografie mi è venuto da piangere. Per la verità toccante, la straordinaria capacità di esposizione di sé, ben lontana dalla mera esibizione. Attraverso quelle immagini potevi sentire il suo pensiero, il suo cuore, il suo disagio. Il bondage, le modelle, certo. Ma soprattutto le foto della vita con la moglie, poi morta di cancro. Quelle del gatto. La metropolitana. Le composizioni di fiori e bambole rotte. Una serialità e una devozione incredibili. Non c'era quel malcelato atteggiamento autoconsolatorio volto a provocare compassione. Era la sua voce che diceva "eccomi, io sono questo, questo è il mio mondo reale e di fantasia", per quanto disorientante esso potesse essere. Non era sublimazione del disagio, ma fulgida rappresentazione di un'essenza. Araki è un genio perché non ti delude con uno scollamento tra pensiero e azione. Le sue fotografie riescono a stare al passo con la sua umanità e, infatti, toccano proprio dove lui muore. Perché tutte le opere di un vero artista sono al tempo stesso vita e morte, e non a caso questa è una dicotomia trasversale a ogni lavoro di Araki. Senza prepotenza, anzi con la delicatezza dirompente di chi ha davvero coraggio della propria verità.
Nessuno ha colpa di non arrivare a tutto questo; è soltanto un dono molto raro.

Araki @ Foam Amsterdam - Polaroids wall (1 of 3)

Araki @ Foam Amsterdam - Polaroids wall (detail)

giovedì 15 gennaio 2015

La città dei silenzi rotti

Le grandi finestre dei palazzi affacciano sui canali come occhi senza palpebre. 
La maggior parte delle case di Amsterdam manca di tende, persiane, tapparelle, grate. È tutto trasparente. I vetri più belli sono quelli più vecchi, un po' irregolari nella loro corsa verticale, e brillano d'imprecisione. 
Amsterdam è una città d'argento, una fiaba a cielo aperto. Uno scenario da pellicola in bianconero. I colori naturali, dai freddi marroni scuri ai beige più cremosi, è bene goderseli dal vivo.  
Non ho visitato una chiesa né un museo. Se hai poco più di due giorni, Amsterdam te la devi camminare. Procedi tenendoti il cappello sulla testa con una mano, il vento attraversa la lana fino alle orecchie. 
Le vetrine del quartiere a luci rosse sono tutte vuote, le tende tirate. Solo i neon all'esterno sono accesi, attraenti promesse del nulla. Sarà stata l'ora del tè anche per le prostitute. I sex shop pullulano di attrezzi dalla foggia sinuosa e il tocco setoso, ma non hanno nulla di veramente carnale, niente che stimoli davvero l'immaginazione. Nei coffee shop l'odore di ganja è lontano come una voce che chiama a tavola da un'altra stanza, tutto è ben aerato, i muri decorati nei modi più fantasiosi. Un signore distinto vende laudano e assenzio in un legnoso negozio in pieno centro, avvolgendo le belle bottiglie in fogli di carta a fiori acquerellati.  
Le persone girano anche senza berretto, spedite sulle loro biciclette con i freni a pedali. Non si fermano mai, è da loro che ti devi guardare quando attraversi il marciapiede. Senza luci, senza motore, non li vedi e non li senti. Di colpo si materializzano, da soli o in gruppo. Fuori dal centro, il reticolato delle strade offre solo edifici inclinati, ognuno diverso dall'altro, e strade perfettamente pavimentate. 
Ci si abitua in fretta a quel che di ovattato. Amsterdam é silenziosa ed elegante come una donna che porti a passeggio un cerbiatto. Non c'è segno di molestia, visiva o sonora. Tutto scorre sopra e sotto l'acqua che l'attraversa, ognuno va per la sua strada senza abbrutimento alcuno.

E mentre cammini tra queste vie in cui tutto sembra un delicato intreccio di morbida alienazione e rilassato libertinismo, insospettabile si fa strada un rombo nell'aria. Alzi la testa e nel giro di una decina di secondi ecco un aereo sorvolare basso la città. Cinque, dieci minuti e ne arriva un altro. Da sud-est verso nord-ovest, quasi sempre.  Gli aerei sono la bussola della città, quando ti perdi basta aspettare che ne passi uno per capire da che parte andare.  
Viene dall'alto l'unico suono forte di Amsterdam, il flusso che ne sovrasta i calmi equilibri. Ed è proprio qui, quando quelle grosse frecce si stagliano nel cielo nuvoloso, che la città mostra tutta la sua essenza di bianconero. 
Scenario ideale per un moderno Fellini.